Progetto Cartapesta

-L’  A R T E   D E L L A   C A R T A P E S T A

Maschere e Burattini della Commedia dell’Arte

Maschere della Commedia dell’ Arte realizzate con i ragazzi della Scuola media di Spresiano e  Burattini in cartacolla realizzati da Livia Stella

Per contatti

Referente organizzativo a nome dell’ Associazione CARNEVALI DI MARCA

Premessa
Da sempre la funzione sociale dell’arte e del teatro è quella di accompagnare l’individuo a riflettere sul proprio presente e prospettare cambiamenti e miglioramenti della propria condizione.I linguaggi teatrali e artistici per la loro valenza pedagogico-educativa e per le loro proprietà  gnoseologiche  sono  acclarati  come mezzi che concorrono alla crescita e allaformazione globale dell’ individuo.I metodi e le tecniche impiegati favoriscono l’intelligenza emotiva, affinano la condizione del percepire, la scoperta dei saperi del corpo e dei linguaggi non verbali; sviluppano capacità di riconoscimento e utilizzo delle potenzialità comunicative, favoriscono la  socializzazione; sensibilizzano all’arte e al teatro.
L’esperienza vissuta attraverso il creare, il vivere e l’elaborare creativamente matura ed affina il livello culturale insito in ciascun individuo. I partecipanti pienamente protagonisti  dell’azione drammatica, creativa ed artistica, esplorano ed analizzano la realtà consapevolizzando contesti, contenuti e relazioni.
Come sosteneva Raffaele La Porta: “Sviluppano un carattere necessario per diventare membri attivi e creativi di una società… l’educazione è un processo autoeducativo ed emancipatorio; … è quel percorso che consente all’individuo di sottrarsi all’apatia, all’egocentrismo e al disimpegno sociale …” ; facendo sì che, come diceva Bruno Munari: “Un individuo creativo è un individuo che realizza se stesso nella società in cui vive”.

La dispensa
Questa breve dispensa lungi dall’ essere esaustiva, vuole tracciare un percorso che si snoda dal raccontare il  Carnevale al toccare l’argomento della Maschera e del Burattino.La scelta di analizzare le peculiarità della Maschera e del Burattino della Commedia dell’ Arte, attraverso le antiche tecniche della cartapesta e della cartacolla, nasce dalla volontà di valorizzare le espressioni artistiche del  nostro territorio visualizzandone gli aspetti storico-antropologici, con l’obiettivo di trasmetterne i contenuti in ambito didattico, attraverso le attività di laboratorio.Il  laboratorio come esperienza che mette in campo diverse abilità: da quella manuale a quella verbale,  che stimola l’ immaginazione e sensibilizza all’arte, al teatro, alla bellezza e alla cultura

IL CARNEVALE

Origine e significato della festa del carnevale

Il carnevale, festa popolare tra le più espressive e rappresentative, è una festa di derivazione pagana che si contrapponeva, all’origine, nettamente a quella cattolica.Il popolo, prima di mortificarsi nel digiuno della quaresima, voleva concedere uno sfogo alle passioni più istintive dell’animo umano.L’etimologia del termine carnevale è incerta: oggi dai più viene tenuto in considerazione “carnem levare” (da cui il siciliano “carnalivari“), prescrizione che fa divieto di mangiare carne durante la quaresima.Questa festa prende le mosse da un’altra ben più antica, quella dei Saturnali, tipica festa dell’antica Roma, di origine pagana: durante i festeggiamenti in onore di Saturno era necessario darsi alla pazza gioia onde favorire un raccolto abbondante ed un periodo di benessere e felicità.In questo periodo di sette giorni si conducevano per la città carri festosi tirati da animali bizzarramente bardati ed il popolo si riuniva in grandi tavolate, cui partecipavano persone di diverse condizioni sociali tra abbuffate, lazzi, danze ed oscenità.L’antica figura del re dei Saturnali ha continuato a vivere nella burlesca figura del re del carnevale: inizialmente impersonato da un uomo che veniva sacrificato per il bene della collettività, successivamente sostituito con un fantoccio di paglia. A quest’ultimo, in Sicilia, venne dato il nome di “Nannu” e la sera del martedì grasso veniva arso in segno di purificazione e di rinnovamento.

Storia del carnevale veneziano

Il più antico documento riguardante l’utilizzo delle maschere a Venezia è datato 2 maggio 1268: in questo documento veniva proibito agli uomini in maschera di praticare il gioco delle “ova”. Dai primi del ‘300 cominciarono ad essere promulgate nuove leggi che mettevano dei “paletti” all’inarrestabile decadimento morale dei Veneziani del tempo.
La legificazione limitativa del Carnevale inizia con un decreto del 22 febbraio 1339 che proibisce alle maschere di girare di notte per la città. Un decreto che può far capire quanto libertini erano i Veneziani del tempo è quello del 24 gennaio 1458: questo proibisce agli uomini di introdursi, mascherati da donne, nei monasteri per compiervi multas in honestates. Sempre nello stesso “settore”, è interessante il decreto del 3 febbraio 1603, atto a ripristinare la moralità nei conventi: vengono proibite quindi le maschere nei parlatori delle monache.
Più volte sono stati promulgati decreti per impedire alle maschere di portare con sè armi o strumenti atti a ferire, così come vengono promulgati decreti al fine di impedire alle maschere di entrare nelle chiese, ed estendono lo stesso obbligo a tutti i cittadini che si introducono nelle sacrestie con abiti indecenti.
Un anno importante è il 1608, e precisamente nella data del 13 agosto, nel quale viene emanato un Decreto del Consiglio dei Dieci, dal quale risulta che ormai la maschera è usata per molti periodi dell’anno, tanto da creare seri problemi alla Repubbica. Per evitare le pessime conseguenze di questo malcostume, viene fatto obbligo a qualsiasi cittadino, nobile o forestiero, di non usare la maschera se non nei giorni del Carnevale e nei banchetti ufficiali. Le pene inflitte, in caso di trasgressione del decreto, sono pesanti: per gli uomini la pena era di 2 anni in carcere, di servire per 18 mesi la Repubblica vogando legato ai piedi in una Galera, nonché di pagare 500 lire alla cassa del Consiglio dei Dieci. Per quanto riguarda le donne meritrici che venivano trovate in maschera, queste venivano frustate da S. Marco a Rialto, poste in berlina tra le due colonne in Piazza S. Marco e venivano bandite per quattro anni dal territorio della Repubblica Veneta: oltre a ciò dovevano pagare 500 lire alla cassa del Consiglio dei Dieci .Dopo cinquant’anni dal decreto del 1608, il 15 gennaio viene pubblicato un proclama del Consiglio dei Dieci, dove si ribadiva il divieto alle maschere di portare armi e veniva altresì proibito di andare mascherati all’interno di luoghi sacri e veniva espressamente proibito di mascherarsi con abiti religiosi. In quello stesso decreto veniva proibito l’uso dei tamburi prima di mezzogiorno ed anche venivano proibiti i balletti di qualsiasi tipo, al di fuori del periodo di Carnevale .Vista l’usanza di molti nobili Veneziani che andavano a giocare d’azzardo mascherati per non essere riconosciuti dai creditori, nel 1703 vengono proibite per tutto l’anno le maschere nelle case da gioco. Con due differenti decreti (negli anni 1699 e 1718) viene proibito l’utilizzo della maschera durante la Quaresima e durante le festività religiose che capitavano durante i giorni del Carnevale.Nel 1776, una nuova legge, atta a proteggere l’ormai dimenticato “onore di famiglia”, proibiva alle donne di recarsi a teatro senza maschera, con la bauta, tabarro e volto.Dopo la caduta della Repubblica, il Governo Austriaco non concedette più l’uso delle maschere, se non per feste private o per quelle elitarie (es.: la Cavalchina della Fenice). Il governo italico si dimostra più aperto ma questa volta sono i Veneziani ad essere diffidenti: ormai Venezia non era più la città del Carnevale ma solo una piccola provincia dell’Impero, quindi senza più libertà. Durante il secondo governo austriaco fu permesso di nuovo l’utilizzo delle maschere durante il Carnevale.

LA MASCHERA

Origine e significato della maschera

La maschera aveva un preciso significato simbolico che originariamente prescindeva dal suo uso  e significato carnevalesco.
Il termine maschera, derivante dal longobardo “mascka“, che significava: larva, strega, demonio: rappresentava le anime dei trapassati che, evocati attraverso riti propiziatori, salivano sulla terra per auspicare un abbondante raccolto. Le maschere tribali, sacerdotali, propiziatorie avevano un ruolo fondamentale nelle loro società : rappresentavano lo strumento che consentiva, al sacerdote o al designato che le indossava, di assumere sembianze divine e magiche: capaci di guarire, di rendere abbondanti i raccolti, di  proteggere i cacciatori da eventi infausti e così via. Gli antichi usavano la maschera anche nei trionfi, nelle pompe pubbliche, nei banchetti ed i pagani celebravano il fiorire della primavera, mascherati, con la libertà di rappresentare chiunque avessero voluto. Più tardi l’uso di mascherarsi divenne molto in voga presso i cristiani. Nel Medioevo le maschere comparvero per lo più come raffigurazione del buffonesco, personificando nelle loro precipue caratteristiche lo spirito popolare e certi aspetti sociali tipici delle diverse regioni italiane. Le maschere del periodo rinascimentale assunsero solo carattere artistico e soltanto nei secoli successivi divennero facile mezzo per coprire scandali ed intrighi. L’ uomo mascherato divenne l’essere che egli stesso voleva rappresentare e tale egli appariva agli spettatori.Con la commedia d’arte, che dalla metà del Cinquecento fino al Settecento rappresentò il più singolare fenomeno della storia teatrale, nacquero le famose maschere del teatro italiano, introducendo in scena ciò che poteva divertire il pubblico.Il carnevale conobbe il periodo di maggior splendore nel periodo barocco e rococò : era il tempo in cui la nobiltà divertiva se stessa e di riflesso il popolo che veniva estasiato dai festoni e decori che adornavano i carri nobiliari, simbolo di ricchezza ed abbondanza.

La maschera a Venezia

La maschera in una città come Venezia ha origini antichissime e veniva utilizzata per molti mesi durante l’anno: le maschere erano permesse dal giorno di S. Stefano, data che sanciva il giorno dell’inizio del Carnevale Veneziano, fino alla mezzanotte del Martedì Grasso, che concludeva il Carnevale (naturalmente erano vietate nei giorni in cui vi erano festività religiose solenni). Oltre a questo periodo dell’anno, i Veneziani indossavano la maschera durante la quindicina dell’Ascensione ed arrivavano ad utilizzarla, con ulteriori deroghe, fino alla metà del mese di giugno. Ulteriormente veniva poi concesso di utilizzare l’uso di maschere dal 5 ottobre fino all’inizio della novena di Natale (16 dicembre). Durante tutte le manifestazioni più importanti, come banchetti ufficiali o feste straordinarie della Repubblica Serenissima, era consentito l’uso di “tabarro e bauta“. La maschera aveva quindi molti usi: veniva utilizzata, ad esempio, per “proteggere” giocatori d’azzardo dagli sguardi indiscreti (soprattutto da quello dei loro creditori) oppure era utilizzata dai nobiluomini barnaboti per chiedere l’elemosina agli angoli delle strade. I barnaboti erano i patrizi poveri: il nome deriva dalla zona di S. Barnaba, abitata dai poveri della città.

L’arte dei mascareri veneziani

Di conseguenza al largo uso che veniva fatto della maschera a Venezia anche in periodi non carnevaleschi, si svilupparono nella città attività commerciali ed artigianali legati alla creazione ed al commercio di questo prodotto. La documentazione storica indica che un decreto del Maggior Consiglio del 10 aprile 1463, durante il dogado Foscari, approvò la Mariegola (matricula=statuto) dei Mascareri e dei Targheri e vi furono raggruppati in questa specializzazione dal 1463 al 1620. Poi si congiunsero con i Miniatori, disegnatori, indoradori e cartoleri (fabbricanti di carte da gioco).

Il materiale usato per la produzione delle maschere erano: argilla per il modello, gesso per il calco e sucessivamente stoffe, garza, cartapesta, per la fattura, cera per la modellatura e pittura per la decorazione.L’arte di fare maschere resiste ancor oggi nei Mascareri veneziani, come sono chiamati quei pochi Maestri artigiani che tengono ancora in vita questo nobile mestiere, che tra il seicento e il settecento ebbe grande richiesta di mercato, soprattutto a Venezia. Ludovico Zorzi parla della Maschera d’Arlecchino come di un “oggetto di cuoio trattato per la concia, collocato nella sfera di appartenenza dell’alto artigianato, dell’arte nel senso tecnico professionale, con il quale i comici alludevano al proprio mestiere”. Le maschere quindi possono essere in cuoio, conciate e lavorate su misura per essere indossate dall’attore.L’’Artigianato dei Mascareri oggi si riferisce soprattutto alla lavorazione delle maschere in gesso ed in cartapesta, che riproducono le figure classiche della Commedia dell’Arte, le maschere regionali e quelle di fantasia.

Le maschere della tradizione veneziana

LA BAUTA

La Bauta è il travestimento veneziano per eccellenza, comparso intorno al 1600. Con il termine “bauta” non si intende solo il volto, ma l’intero travestimento che comprendeva un tabarro (mantello), un tricorno, un velo che copriva le spalle e “la larva” che è la vera e propria maschera. Il nome “larva” è riconducibile alla lingua latina con cui venivano indicati i fantasmi e le maschere spettrali. Era usata indistintamente da uomini e donne. La sua particolare forma permetteva di bere e di mangiare, restando in incognito.

LA MORETTA

La Moretta è un ovale di velluto nero che era indossato dalle donne di nobile o modesta condizione. Il suo nome deriva da Moro, che in veneziano significa nero, ed esaltava la carnagione bianca delle donne ed il colore rosso veneziano dei capelli. E’ una maschera senza il taglio della bocca ed era sorretta mordendo un bottone posto all’interno.

LA GNAGA

Il nome Gnaga deriva probabilmente da “gnau”, il verso del gatto, e infatti la maschera rivela lineamenti felini. Veniva indossata con abiti da cortigiana e cuffietta bianca dagli uomini per divertirsi, ma anche per sfogare le proprie tendenze omosessuali, all’epoca represse dall’Inquisitori dello Stato.

IL MEDICO DELLA PESTE

Questa maschera è stata ideata nel XVI secolo dal medico francese Charles de Lorme.
Non è una maschera tradizionale del Carnevale, ma veniva utilizzata per difendersi dalla terribile pestilenza che colpì Venezia nel 1630. La indossavano i medici con mantello nero e guanti che ne riempivano il becco con spezie ed essenze medicamentose per neutralizzare i miasmi infettanti della peste. Da sempre è rimasta un simbolo terrificante di morte.

Maschere della commedia dell’arte

PANTALONE
Pantalone è la maschera veneziana più conosciuta. Si pensa derivi da San Pantalon, uno dei santi di Venezia a cui è dedicata una chiesa nel sestiere di Dorsoduro. Pantalone era un vecchio mercante, simbolo della borghesia e dell’etica mercantile veneziana. Aveva una grande propensione per gli affari, che a volte fiorivano e a volte lo portavano alla rovina, e una spiccata disinvoltura per le avances amorose. La maschera mette in evidenza particolari caratteristiche somatiche: naso adunco, sopracciglia sporgenti e barbetta appuntita.

ARLECCHINO

E’ la maschera più popolare della Commedia dell’Arte, originaria della Bergamo bassa del 500. Arlecchino ha un carattere truffaldino e impiccione, mostra scarso intelletto, sempre affamato è sempre pronto a scroccare. Il costume è costituito da giubba e pantaloni a toppe colorate, un cappello di feltro corredato da un pezzo di coda di coniglio o di volpe e da una cintura da cui pende il “batocio” , la spatola per girare la polenta. E’ una maschera acrobatica, dotata di una ricca gestualità. Il volto ha tratti demoniaci e felini, con naso camuso e il resto di un corno  sulla fronte che ricorda le sue origini diaboliche

BRIGHELLA

Brighella è l’alter ego di Arlecchino. Originario della Bergamo alta è il servo furbo della Commedia dell’Arte. L’etimologia del suo nome deriva da “brigare” ossia imbrogliare. E’ un opportunista, un ruffiano pronto ad assecondare i desideri più bassi del suo padrone in cambio di qualche vantaggio personale. Il suo costume è bianco con alcune strisce verdi e ricorda una livrea da cuoco, a volte porta un mantello e un copricapo listato di verde. La maschera può essere nera o verde oliva, dotata di baffi. Suona e canta accompagnandosi con la chitarra.

PULCINELLA

Famosa maschera napoletana con naso a becco e bocca gigantesca, ha l’aspetto simile a un gallo, da qui il sospetto che il nome derivi da “pulcino”.
E’ un saltimbanco, fallito e scansafatiche. Il suo costume bianco e svolazzante con un cappello a cono tronco molto alto si può ammirare negli affreschi del Tiepolo nel museo del Settecento veneziano a Cà Rezzonico a Venezia.

COLOMBINA

Fedele compagna di Arlecchino, Colonbina è una maliziosa ed astuta servetta. E’ conosciuta con altri nomi: Arlecchina, Corallina, Ricciolina, Camilla e Lisetta fino a seguire la moda francese per diventare la raffinata Marionette nella “Vedova scaltra” di Carlo Goldoni. Il vestito è a toppe colorate con grembiule e cuffietta bianca. Porta raramente la maschera e nel caso è una semplice mezza mascherina scura che lascia scoperta la bocca. Si esprime in vari dialetti prediligendo il veneziano o il toscano.

BALANZONE

Personaggio comico originario di Bologna. Avvocato, medico, a volte notaio, è un personaggio vuoto di sentimenti, ma ricco di un nozionismo e di una dialettica che lo conducono allo sproloquio comico. Gran buongustaio e obeso, indossa un abito nero con ampio colletto bianco, sulla testa una berretta da notaio o un ampio cappello da medico. Porta una mezza maschera scura che mette in risalto un naso prominente arricchito da qualche ridicolo porro. Viene chiamato anche Balordo, Graziano o semplicemente Dottore.

Una maschera famosa della terraferma: Facanapa

La maschera di Facanapa appartiene alla schiera dei vecchi. Nasce come marionetta veneta, originaria di Rovigo o di Verona (dove corrisponderebbe a Fra Canàpa, un frate piuttosto grosso, caratterizzato da un grande naso, la “cànapa” appunto). La sua fama è dovuta tuttavia al marionettista Antonio Reccardini (1804-1876) che lo portò in scena nei primi anni dell’Ottocento. A volte servo altre padrone, a volte ricco altre povero, Facanapa è un tipo bonario e arguto, caratterizzato da un buon carattere gioviale, da un ottimo appetito e da un amore ancora migliore per il vino. Nell’aspetto egli appare sempre piuttosto curato, con una marsina scura e attillata, un panciotto rosso, pantaloni al ginocchio e un nero tricorno in testa. Caratteristico era anche il suo modo di parlare a scatti, scandendo le sillabe e storpiando alcune lettere, allo scopo di ottenere effetti comici.

COSTRUZIONE DELLA MASCHERA IN CARTAPESTA

Per realizzare una maschera è necessario partire da un disegno che ne indichi forma e dimensioni. Si inizia a disporre la creta seguendo i contorni del disegno sulla tavoletta.
La creta è un materiale malleabile, facile da usare e a basso costo. Dopo aver sbozzato il modello della maschera, definendo i volumi dei lineamenti, lo si leviga con un po’ d’acqua e si liscia. Si prepara il calco, cioè il negativo che poi accoglierà la carta pressata, realizzando il modello pieno, senza buchi. Infatti gli occhi e le narici andranno tagliate dopo aver estratto la maschera di cartapesta dal calco. Si mescola in parti uguali il gesso scagliola a presa rapida con l’acqua. Una volta raggiunta la densità giusta (come quella dello yogurt) si cola il composto direttamente sul modello in creta, facendo attenzione a coprirlo in modo uniforme.Il gesso compatterà velocemente ed entro un’ora sarà asciutto, pronto per essere staccato e svuotato con cautela della creta. Per iniziare il lavoro della cartapesta si aspettano due giorni per la completa essiccazione del calco in gesso. Si inizia bagnando la carta già strappata in rettangoli, la si strizza e si incomincia ad applicarla partendo dall’esterno verso l’interno, lasciando sporgere i bordi e facendo attenzione a non fare pieghe ma sovrapponendo con cura.Per il primo strato si usa carta riciclata di stracci azzurra, più plastica ma meno resistente della carta di cellulosa pura, che servirà per gli strati successivi. Finito il primo strato, si passa una colla vinilica in modo uniforme, e si pressa bene la carta per evidenziare i particolari del modello, poi si passa al secondo strato e ad un altro strato sui bordi per rinforzare la maschera. Si lascia ad asciugare, e quando al tatto sarà completamente asciutta, si passa a staccare il positivo dal calco.

Si tagliano i bordi, gli occhi, le narici, con apposite forbici e lame, e si rifiniscono i bordi con della carta velina e colla, per evitare che si aprano gli strati di carta. Si crea un composto in parti uguali di gesso di Bologna e colla, che verrà steso sulla maschera come base per la decorazione, e che potrà essere lisciato togliendo le eventuali imperfezioni della cartapesta, levigando la superficie con della carta vetrata. Il gesso usato in questa fase è completamente diverso da quello utilizzato nella realizzazione del calco, di qualità scagliola a presa molto rapida. Questo invece è gesso di Bologna, un prodotto tipico delle Belle Arti che viene prediletto per la caratteristica di essiccarsi lentamente. A questo punto incomincia la fase della decorazione, con una base di colore bianco steso con una tempera acrilica lavabile. Occorre dare due mani, di cui la seconda più densa. In seguito si usano i colori, delineando dapprima le sopracciglia e poi le labbra, eventuali nei, sfumature rosa per le guance, eccetera, che caratterizzeranno la maschera. L’ultimo passaggio è la ceratura antichizzante, una pratica derivata dal restauro dei mobili antichi. Si realizza applicando un composto ottenuto miscelando cera d’api con un lucido da scarpe dai toni del bruno o nero, a seconda dell’effetto desiderato. Tale composto viene spalmato con un pennello, ed una volta asciugatosi, lucidato. Il risultato è l’effetto di un legno antico. Dopo la lucidatura con spazzole e stracci asciutti, si passa all’applicazione dei lacci all’altezza degli occhi, e di eventuali etichette all’interno della maschera.


I commenti sono chiusi